Notizie storico-critiche
Van Deren Coke (1921-2004) è stato curatore, critico, insegnante e fotografo. La sua visione innovativa, che affianca la pratica personale allo studio dei movimenti artistici moderni, è stata capace di revisionare la fotografia quanto la storia dell’arte, stimolando nuovi filoni di ricerca. Nato a Lexington, Kentucky, Coke inizia a fotografare all’età di quindici anni. A diciassette si reca a Wildcat Creek per incontrare Edward Weston, del quale è appassionato ammiratore. Conoscerà poco dopo anche Paul Strand e Ansel Adams, perfezionando le proprie capacità tecniche e interiorizzando la filosofia purista della straight photography. A differenza di molti fotografi suoi coetanei si laurea in Storia dell’arte, decidendo, a diversi anni di distanza, di proseguire gli studi con un master e un dottorato ad Harvard. È in questo periodo che inizia a sviluppare l’idea di una rilettura dell’arte moderna attraverso l’influenza apportata dall’avvento della fotografia, idea che troverà espressione nel 1972 in The Painter and the Photograph: From Delacroix to Warhol, destinato a diventare un vero testo seminale. Dal 1962 inizia una fortunata carriera accademica e curatoriale: per oltre diciassette anni è docente, responsabile di dipartimento e direttore del museo d’arte della University of New Mexico; dal 1970 al 1972 è direttore della George Eastman House di Rochester; e dal 1979 al 1987 dirige il dipartimento di fotografia del San Francisco Museum of Modern Art. Dai primi anni sessanta il suo lavoro fotografico si distacca bruscamente dalle pratiche precedenti. Affascinato dalle atmosfere oniriche e surrealiste delle opere di Edvard Munch, Odilon Redon e Max Ernst, Coke inizia a ricercare un nuovo orizzonte creativo, capace di accogliere aspetti più complessi e irrazionali. “Molte delle mie stampe sono come falsi specchi che riflettono la realtà in modo distorto. Questo è in parte il risultato del mio complessivo pessimismo sulla società contemporanea e in parte il tentativo di fuggire dalla società stessa”. In questo processo di ridefinizione sono determinanti le ricerche dell’avanguardia fotografica tedesca – in particolare le rayografie e gli automatismi di Man Ray, László Moholy-Nagy e Christian Schad – che lo spingeranno a espandere il proprio lavoro
in direzione sperimentale. Enigmatiche e inquietanti, le sue fotografie mostrano evidenti manipolazioni: caratterizzate da una scala tonale compressa, sono spesso composte mediante sovrapposizioni di immagini ricavate da suoi negativi, da antiche lastre fotografiche o attraverso interventi in camera oscura. “Nel momento in cui i riferimenti della realtà vengono meno, le zone d’incertezza diventano sempre più ambigue e misteriose. [...] queste stampe – per metà mie e per metà di fotografi che non ho mai conosciuto – combinano le precedenti esperienze dell’osservatore con le mie fantasie. [...] Come se queste immagini, con il mio piccolo aiuto, fossero state prodotte non da un apparecchio fotografico ma da una sorta di registratore di sogni” (Van Deren Coke. Photographs 1956–1973, University of New Mexico Press, 1973).