Friedlander, Lee

Note biografiche
1934-
Forme varianti
Lee Friedlander (1934-)
Notizie storico-critiche
Nato nel 1934 ad Aberdeen, nello stato di Washington, Lee Friedlander studia fotografia all’Art Center College of Art and Design di Los Angeles e nel 1956 si trasferisce a New York. Qui inizia a lavorare come freelance per i magazine e a realizzare ritratti dei protagonisti della musica jazz. Grazie a questi riceve nel 1960 la prima di tre Guggenheim Fellowships che gli permettono di dedicarsi con crescente libertà alla sua ricerca personale. New York gli offre inoltre l’occasione di incontrare Walker Evans e Robert Frank, le cui fotografie esercitano una forte influenza sul suo lavoro iniziale, e di conoscere Garry Winogrand e Diane Arbus, destinati a divenire con lui figure chiave della nuova fotografia documentaria. A sancire l’importanza del loro ruolo è John Szarkowski, curatore di fotografia del MoMA, che nel 1967 dedica ai tre artisti la mostra “New Documents”. Le immagini da loro realizzate a partire dagli anni cinquanta in contesti urbani e suburbani mutano profondamente l’idea di fotografia come documento, introducendo nel racconto del reale una forte componente soggettiva. La presenza del fotografo e il suo ruolo attivo e personale nella creazione dell’immagine sono espressi in modo manifesto soprattutto da Friedlander, che arriva a includere in molte inquadrature la sua stessa figura, sotto forma di ombra oppure riflessa in specchi e vetrate. Tra gli anni sessanta e settanta la sua ricerca esplora in profondità il paesaggio urbano e sociale statunitense, raccontando un mondo in cui lo sguardo non può più procedere in modo lineare né spaziare all’orizzonte ma è costretto a rimbalzare e a farsi largo in una giungla di segni sempre più intricata. Le sue immagini in bianco e nero hanno la straordinaria capacità di restituire ordine a questo caos, combinando sulla superficie fotografica un’incredibile quantità di elementi, urbani e naturali, architettonici e umani. Alcuni di questi, come pali della luce, nuche di passanti, cartelloni pubblicitari, ringhiere o cancellate occupano a volte posizioni inconsuete e predominanti nell’immagine, ostacolando e frammentando la percezione d’insieme dello spazio fotografato. Altri, come specchietti d’auto, vetrine di negozi, parabrezza o vetrate di edifici, moltiplicano i punti d’osservazione del reale aprendo nuove finestre sulla superficie bidimensionale dell’immagine e suggerendo una stratificazione di significati che la fotografia può racchiudere e decifrare. Un analogo gioco di inquadrature nell’inquadratura caratterizza le fotografie dedicate ai televisori, realizzate nei primi anni sessanta e raccolte nel 2001 nel libro The Little Screens. Fotografate in stanze di motel o in soggiorni domestici, le TV trasmettono immagini in ambienti spesso anonimi e desolanti, in cui la principale presenza umana è quella di politici, star, neonati, criminali o persone comuni che irrompono dagli schermi. La serie testimonia un passaggio epocale nella società americana, ossia l’affermarsi del potere dirompente dei media; e come altre ricerche seriali di Friedlander, dedicate ai monumenti pubblici, al lavoro, a paesaggi urbani o naturali, si basa su quello sguardo ironico e libero da convenzioni formali che ha profondamente innovato il linguaggio della fotografia.
Note
p. 64; p. 130
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