Notizie storico-critiche
Irving Penn (1917-2009) è universalmente conosciuto per le sue fotografie di moda, ritratto e still life, che hanno condizionato nell’immaginario collettivo del secondo dopoguerra l’idea di stile e di eleganza. Nato a Plainfield, nel New Jersey, si forma presso la Philadelphia Museum School of Industrial Art dove studia pittura, grafica e design industriale, seguendo le lezioni del celebre art director Alexey Brodovitch. È grazie a lui che si avvicina al mondo dell’editoria, iniziando a collaborare sotto la sua direzione con la rivista “Harper’s Bazaar” e con il dipartimento creativo della Saks Fifth Avenue. Qualche anno più tardi, dopo un periodo trascorso in Messico, arriva l’importante ingaggio con “Vogue”, a cui Penn resterà professionalmente legato per oltre sessant’anni. Invitato da Alexander Lieberman come assistente art director, firma nel 1943 la sua prima cover: da quel momento, davanti al suo obiettivo passeranno tutte le più importanti celebrità – attori, artisti, personaggi dello spettacolo e della cultura – e i suoi scatti contribuiranno non solo a rimodellare l’immagine della rivista, ma avranno un impatto importante sull’intera fotografia di moda e di ritratto. Contraddistinto da un’impostazione minimale e dalla maniacale attenzione per i dettagli, il lavoro di Penn acquista uno stile inconfondibile, basato su una raffinata semplicità e soluzioni formali sempre originali. Parallelamente alla carriera commerciale, conduce negli anni autonome ricerche personali dedicando ampio spazio alla rappresentazione di persone, gruppi e comunità che vivono ai margini della società moderna. “Nei miei primi anni da fotografo”, racconta nel volume Worlds in a Small Room (Studio Vista Publishers, 1974), “il mio studio si trovava in un palazzone commerciale di New York, in un’area chiusa
e senza finestre dove la luce elettrica simulava la luce del cielo. Recluso là dentro, sognavo a occhi aperti di essere misteriosamente trasportato tra gli aborigeni in via di estinzione nelle più remote zone del mondo. [...] avrei registrato la loro presenza fisica con immagini che sarebbero sopravvissute a loro tanto quanto a me, e in questo modo qualcosa
della vastità della loro cultura sarebbe stato per sempre preservato”. Durante i numerosi viaggi intrapresi per i servizi di “Vogue”, Penn inizia quindi a realizzare sedute estemporanee di ripresa nelle quali ritrae gente comune incontrata per strada: dagli abitanti di Cuzco (1948) alle donne gitane dell’Estremadura (1965), dalle comunità della controcultura californiana (1967) fino all’ampio lavoro sulle popolazioni non occidentali di Marocco, Nepal, Camerun e Nuova Guinea (1967-1971). Lontani dalla rappresentazione fintamente naturalistica dell’etnografia tradizionale, questi ritratti anonimi – realizzati all’interno di uno studio portatile, davanti allo stesso sfondo neutro che caratterizza le sue fotografie di moda – mostrano figure dalla forte presenza visiva, presentate con i propri indumenti, ornamenti e strumenti di lavoro ma nello stesso tempo estraniate rispetto alle contingenze della vita quotidiana.