Sugimoto, Hiroshi

Note biografiche
1948-
Forme varianti
Hiroshi Sugimoto (Tokyo 1948-)
Notizie storico-critiche
Hiroshi Sugimoto nasce nel 1948 a Tokyo. Dopo aver completato gli studi universitari di economia, decide di trasferirsi negli Stati Uniti. Nel 1970 è a Los Angeles, dove studia all’Art Center College of Design, e nel 1974 a New York. L’Arte Concettuale e il Minimalismo, correnti dominanti nella scena artistica americana di quegli anni, segnano fortemente la formazione dell’artista: la predilezione per forme geometriche semplici, la scelta del bianco e nero, la concezione della luce come materia plasmabile sono elementi che concorrono a quel rigore formale che nelle opere di Sugimoto non è mai fine a se stesso, ma sempre finalizzato alla valorizzazione di un’idea. Le fotografie che compongono le sue serie, lontane dal costituire attestazioni dirette della realtà, sono immagini mentali, concetti la cui materializzazione è resa possibile grazie a un rigoroso controllo del mezzo fotografico e del processo manuale di stampa, seguito anch’esso personalmente dall’artista. Nella serie Theatre – realizzata fotografando con tempi di esposizione lunghissimi sale degli anni ’20 e ’30, cinema degli anni ’50 e drive in – la luce bianca degli schermi rettangolari, che illumina il resto dell’ambiente, contiene in sé l’intera proiezione del film. In Architectures la tecnica dello sfocato priva le architetture moderniste di connotazioni temporali. I lunghi tempi di esposizione dei Seascape bloccano il movimento delle onde in immagini eterne, mentre il soggetto dei Portraits realizzati fotografando i personaggi dei musei delle cere è l’immortalità stessa. Il tempo è dunque il tema dominante nell’opera di Sugimoto, la cui ricerca artistica è sempre volta a trovare soluzioni ai problemi di rappresentazione e visualizzazione da esso posti. Fotografando i diorami allestiti nei musei di scienze naturali ed escludendo dalle immagini cornici, riflessi dei vetri e didascalie esplicative, Sugimoto ci offre l’insolita opportunità di rivolgere uno sguardo diretto (non è forse la fotografia sufficientemente familiare a consentirci un simile gioco mentale?) sulle origini della storia dell’uomo.
Note
pp. 138; 220-224
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